Vincere un derby al 93′? Queste Klose succedono anche a noi!
Se dovessi provare a descrivere l’ultimo derby romano con una sola immagine, non avrei dubbi su quale scegliere: le braccia aperte di Klose sotto la curva Nord al termine della partita. Braccia aperte, come a voler abbracciare tutti i suoi tifosi. Quei tifosi che per due anni e mezzo non avevano fatto altro che sognare quell’istante. Un momento indimenticabile, surreale. Se prima della stracittadina mi avessero chiesto come avrei voluto vincere la partita dell’anno, forse neanche la mia fantasia avrebbe osato tanto. Ma stavolta, almeno questa, la realtà ci ha stupito. Più di quanto avrebbe potuto fare la mente più avvezza ai sogni.
Ma andiamo per gradi. Come ad ogni derby, la notte prima della partita non si chiude occhio. Ti giri e ti rigiri nel letto, guardi l’orologio, speri di non dover guardare la curva dirimpettaia gioire per una rete. E, d’altro canto, non provi a pensare a come potrebbe essere esultare per un gol della tua squadra. Non si osa tanto. Proprio non si fa.
Alle 15 esco di casa. Quasi sei ora prima del fischio d’inizio. E già, noi il derby lo vogliamo assaporare lentamente. Una lunga agonia, potrebbe pensare qualcuno. E come dargli torto. La gente si accalca vicino ai cancelli ancora chiusi. L’ansia è fitta. Non è una partita come le altre. Si sente,ed è inevitabile. Soprattutto per noi tifosi laziali questa non può proprio essere una partita come tante. L’astinenza è lunga. Esattamente due anni e mezzo. Vale a dire trenta lunghissimi ed estenuanti mesi, trascorsi in balia degli sfottò romanisti. Sebbene non si possa dire che li avessero meritati proprio tutti, quei cinque derby. Ma questa è un’altra storia.
Dunque, dicevo, questa per noi tifosi laziali, è LA partita. Non si può mica sempre perdere. E neanche vincere, direbbe qualcuno. Per la legge dei grandi numeri siamo noi i favoriti. Ma non so per quale assurda ragione, sono sempre i favoriti a perdere la stracittadina. E se poi ad arbitrare è il solito Tagliavento, beh un qualche dubbio è inevitabile che ti venga. “Eppure vuoi vedere che a ‘sto giro…”. No, per carità, non si dice! Ma si dovrà notare una certa differenza rispetto alle volte precedenti. Del resto lì davanti c’è un certo Miro Klose, 33 anni, attaccante della Nazionale tedesca, capocannoniere del Mondiale 2006, 186 reti all’attivo e un palmares da fare invidia a qualsiasi giocatore. Un bomber di razza. “E’ vecchio, è alla fine della sua carriera”, ha obiettato qualcuno al suo arrivo nella Capitale. Ma forse, quel qualcuno al 93’ del derby romano si è dovuto inevitabilmente ricredere.
Con una certa fiducia e un leggero ottimismo da parte mia, il signor Tagliavento decreta l’inizio della partita. E sbam! Neanche è iniziato, che quel gran bel pezzo di ragazzo, che ha rubato a Borriello il titolo di più bello (ma cosa faccio? Ora mi metto a fare i complimenti al nemico?), ovvero Osvaldo, la butta dentro come niente fosse. E proprio sotto la nostra curva. “Vi ho purgato anch’io”, recita la maglia dell’attaccante giallorosso. Ahi ahi ahi caro Osvaldo! Segnare dopo sei minuti non equivale a vincere una partita. Avresti potuto tirarla fuori al 93’ quella maglietta, se avessi segnato il gol della vittoria a pochi secondi dalla fine. Così eh, tanto per fare un esempio.
Il gelo sugli spalti. “Ma non può andare sempre allo stesso modo, perché ci dice sempre così male?”. Penso silenziosamente col morale sotto ai piedi. Il colpo è forte, ma non così tanto da farci tenere la bocca chiusa. Si canta, si tifa, s’incita la squadra. Del resto manca ancora parecchio alla fine del match. I giallorossi spingono, cercano il raddoppio e noi ci mettiamo un po’ a riprenderci. Ma teniamo botta, questo lo si avverte. E dopo 7 minuti dall’inizio del secondo tempo il nostro instancabile guerriero Christian Brocchi viene affondato in area dalla copia ( e vai a capire se bella o brutta) di Mexes. Roma in dieci. Il profeta sul dischetto di rigore. “Sssshhh zitti, non esultate, non abbiamo ancora segnato!”. Tento invano di placare gli animi, memore della debacle post-rigore sbagliato da Sergio Floccari. Non può succedere di nuovo. E infatti no, non succede. Goooooool!! Gol gol gol gol gol gol!! Che dire, questo proprio non ve lo posso spiegare. Esce fuori l’orgoglio, l’urlo della Nord. E poi si riparte. Traversa di Klose, palo di Cissè. Quando la palla non vuole entrare, stai sicuro che non entra. E puoi provarci quanto vuoi, ma sembra tutto scritto. Almeno così pensavo, pochi secondi prima di quel 93’. Matuzalem per Miro, che con un rasoterra ormai entrato negli annali del calcio, ci regala una delle serate più belle della nostra vita. Calcistica e non. E a quel punto non pensi più a niente. Semplicemente non ci credi. Scuoti la testa, ti scendono le lacrime, abbracci mezza curva, conoscenti e gente che non hai mai visto. Non senti più nulla, non vedi, non realizzi cosa sta succedendo. In un istante un anziano trentatreenne polacco, naturalizzato tedesco, ha cancellato con un tiro in porta una maledizione lunga 2 anni e mezzo. Prendi la sciarpa, ti asciughi le lacrime, cominci a cantare. E continui a guardare incredulo i tuoi compagni di curva che cercano anche loro di capire se è tutto vero. Ricominci a pensare, a sentire, a vedere. Guardi in basso, c’è Olimpia. E quelle immense braccia di Klose, con gli occhi lucidi, che sono lì per abbracciare tutta la Nord, sembrano proprio volerti dire: “Sì, è tutto vero!”.











1 commento
Vincenzo Filippo Bumbica
Sanguina a fiotti il mio cuore GIALLOROSSO
purtroppo la Lazio ha fatto il colpo GROSSO
dopo una serie d’emozioni a più non POSSO
un crudele sberleffo mi ha alquanto SCOSSO
Dice il dottore:”Al più presto sia RIMOSSO
un dispiacere così deprime anche un COLOSSO”
Già, ma il piacere d’amor non sarà mai SCOSSO
il tifo per la ROMA me lo porto sempre ADDOSSO.
Ecco uno stato d’animo completamente diverso dal tuo: ciò non toglie che io debba farti i complimenti, sia per il pezzo, sia per il successo. ENZO BUMBICA