Se al tassista non piacciono gli ausiliari del traffico

Ore 16.00. Ha smesso di piovere già da un po’. Ha piovuto molto. Una pioggia violenta. Ora però le nuvole si sono diradate, e il cielo è tornato ad essere limpido. Anche l’asfalto pian piano si sta asciugando, ma sulla strada, vicino ai bordi dei marciapiedi, sono ancora visibili grosse pozzanghere d’acqua.

 Io procedo su via del Plebiscito, in questa rassicurante cornice di quiete dopo la tempesta, quando scorgo all’altezza di Largo Argentina, sul ciglio del marciapiede, davanti alla Feltrinelli, proprio vicini ad una di queste grosse pozzanghere d’acqua, due ausiliari del traffico. Un uomo e una donna, sui quaranta, che discorrono allegri e indossano le loro classiche pettorine gialle.

Ora dovete sapere una cosa: Io. Ho. Sempre. Odiato. Gli. Ausiliari. Del. Traffico. L’occasione, quindi, è troppo ghiotta per farmela scappare.

 Scalo dalla terza alla seconda, devio leggermente sulla destra, accelero, punto la pozzanghera e…splash! Una doccia perfetta! I due restano immobili a fissarsi, fradici dalla testa ai piedi. Anche i passanti li fissano. Alcuni ridono, altri invece si fermano e vanno in loro soccorso. Io, continuando a procedere in avanti, mi godo dallo specchietto retrovisore lo spettacolo. Il mio divertimento però ha vita breve, e finisce nel momento in cui riporto gli occhi sulla strada e vedo, in corrispondenza di piazza Sant’Andrea della Valle, un posto di blocco della polizia municipale e un vigile che con la paletta mi sta facendo segno di accostare. Mi fermo. Apro il finestrino. Il vigile, un omone con la faccia spigolosa e barbuta, si avvicina.

- Ho visto tutto – esordisce con ghigno cattivo – scenda dal taxi che ora ci divertiamo un po’ anche noi. Cominceremo dalla cintura. Che non ha.

- Scusi ma cosa…ha visto – ribatto io con voce così innocente che sembra che ho fatto i gargarismi con l’acqua santa.

Le mascelle del vigile si serrano in un attimo, e fanno paura.

- Lo sa benissimo. Scenda per favore – mi ripete con compostezza inquietante.

A quel punto non mi resta che fare due cose: ubbidire al “sandokan pizzardone”, ed ascoltare una vocina nella testa che mi sta dicendo in modo molto triviale cosa pensa di me. (Cose irriferibili).

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