Birgit Prinz e un gol chiamato desiderio

Un gol dopo l’altro e il tempo se ne va: 122 palloni scaraventati in rete su un totale di 188 presenze con la nazionale tedesca sono tanti come i giorni passati a consumare un’intera vita calcistica.

Consapevole di un passato che sarebbe potuto servire nell’immediato futuro la trentaquattrenne, Birgit Prinz stava seduta speranzosa in panchina, quella sera del nove luglio 2011 alla Volkswagen arena di Wolfsburg, dove Germania e Giappone si disputavano i quarti di finale del torneo mondiale: la pluridecorata formazione del calcio femminile campione uscente, favorita anche dal fattore campo affrontava la nazionale del sole nascente avulsa dal giro delle grandi e dalla bacheca internazionale desolatamente vuota. Un’occasione più unica che rara per le invitte tedesche di continuare la loro trionfale cavalcata delle valchirie. Poco alla volta però, andando avanti la partita mentre le compagne prese da frenesia non riuscivano a cavare un ragno da buco e si faceva sempre più furibondo il loro assalto alla porta avversaria,  aumentava in Birgit la voglia di subentrare per tentare di piazzare un’altra stoccata possibilmente vincente che oltre a cambiare le sorti dell’incontro avrebbe mutato il destino della sua squadra, aggiungendo un ulteriore perla alla splendida collana di quattordici infilate l’una dopo l’altra con quella maglia nelle sue cinque apparizioni mondiali.

Ancora una volta, ancora una rete, perché il gol più importante è quello che si deve ancora segnare,ma domani non è sempre un altro giorno specie se si rimane confinati in panchina. Incredula, lo sguardo  fisso nel vuoto, le mani nervosamente intrecciate, immobile come un monumento del calcio, la goleador più prolifica della storia della competizione, assistette così impotente alla disfatta di una squadra incapace di  svolgere il solito gioco, di non sfruttare le poche occasioni e in bambola una volta incassata la rete fatale nei tempi supplementari.

Si compì dunque una sorpresa di dimensioni storiche che entrò di diritto negli annali della storia dello sport: l’arrembante sicumera della potente armata teutonica venne perfidamente disinnescata da un estemporaneo guizzo delle stoiche giapponesi.

Il calcio é uno sport dove tutto e il suo contrario a volte coincidono e a questa ambiguità deve il suo inestinguibile  fascino, ma la rinuncia di Silvia Neid, responsabile della squadra, a gettare nella mischia un centravanti dalla stazza così imponente, rimane un mistero. Alta 1.79 poderosa nei colpi di testa, dotata di un potente tiro, prepotente nelle conclusioni, abile con la palla tra i piedi e nello smarcarsi, la Prinz, se non altro, avrebbe sovrastato fisicamente  le normodotate atlete dagli occhi a mandorla.

La delusione per quella inopinata e ingloriosa uscita di scena e quella di non aver potuto soddisfare quell’ultimo desiderio non alterò minimamente la decisione di lasciare, maturata già da tempo. Birgit  Prinz,annunciò ufficialmente il suo ritiro dal calcio giocato, quasi un mese dopo, il 12 agosto.

Col cuore in tumulto, quel giorno chissà quali e quante immagini le saranno passate per la mente a ricordare in un lungo flash back la sua prestigiosa e inimitabile carriera.

Esordio datato 1992 nella sezione femminile del FSV Francoforte, città dove era nata nel 1977. Nel 1998 passò al 1. FFC Francoforte, con il quale ha giocato sempre, mantenendo la fascia da capitano, a parte  una parentesi nel campionato nordamericano con le Carolina Courage datata 2002. In patria vince 7 volte il campionato, 7 volte la coppa di Germania e anche tre coppe Uefa femminili.
Dal 2001 al 2008 è eletta calciatrice dell’anno tedesca. Mentre per tre anni consecutivi vince il Fifa World Player dedicato alle donne (2003-2004-2005).Inoltre con la nazionale tedesca, ha partecipato alle Olimpiadi estive del 2000, del 2004 e del 2008, vincendo tre medaglie di bronzo

Un curriculum reso speciale dalla doppia vittoria, con la fascia da capitano, nei mondiali femminili a Usa 2003 e Cina 2007. Una campionessa vera, nonostante pregiudizievoli congetture e inopportuni paragoni.

Prova ne sia che ebbe qualche  estimatore anche tra gli addetti ai lavori del sesso opposto. Risale infatti al 2002 l’interessamento di Luciano Gaucci, che voleva farla diventare la prima donna in grado di esordire in un campionato professionistico di soli uomini.

Se si sia trattato o meno dell’ennesima boutade dell’eccentrico patron del Perugia di allora, non è certo, ma siccome le contrapposizioni ad effetto funzionano è perfettamente comprensibile che lo scalpore suscitato sia da suddividere alla pari tra il fatto di costume e quello squisitamente tecnico sportivo.

Che poi la Prinz abbia scritto con le sue imprese, carta canta, la storia del calcio femminile contribuendo alla sua diffusione  in patria e nel mondo, nell’ottica del maschilismo più conservatore non pare così importante.

Insomma  forse alla più grande calciatrice del secolo,esemplare professionista, non resta altro (almeno in Italia) che la fama di quella che stava per esordire coi maschietti in serie A.

 

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