Deborah Compagnoni, allori e dolori di una regina delle nevi

A seconda del momento della gara con la naturalezza di un talento che le suggeriva i giusti movimenti, il  suo corpo ondeggiava armoniosamente disegnando traiettorie ideali per arrotondare le spigolosità del tracciato. Scaricato così alternativamente il peso sulle gambe assecondava la padronanza dei bastoncini e sbracciando filava via tra i pali delle porte scrollandoseli di dosso, mentre gli sci assumevano posizioni diverse: prima le loro lamine taglienti come rasoi incidevano le curve con precisione chirurgica sollevando leggeri sbuffi di neve. Poi  si disponevano, finalmente paralleli,  come lucidi binari su cui questo convoglio umano raggiungeva la massima velocità scivolando verso il traguardo.

Morbida,elegante e incisiva, Deborah Compagnoni sugli sci era uno spettacolo: il binomio unico, perfetto e vincente che abbinava la sensibilità umana  alla conseguente scorrevolezza dell’attrezzo nella sfida senza quartiere alle agguerrite avversarie, attraverso il responso di un giudice inappellabile: il  cronometro.
Una campionessa dalla tecnica raffinata che possedeva la velocità degli slalomisti e la capacità di conduzione dei discesisti e per questo eccelleva nella sintesi di queste due discipline: il Gigante.

Affatto disordinata, dolcemente aggressiva, precisa nell’anticipo, in questa specialità ha ottenuto i suoi risultati più prestigiosi e chissà quali altri titoli avrebbe conquistato se non fosse stata  bloccata da due gravi infortuni alle ginocchia: uno dei quali durante le Olimpiadi di Albertville del 1992, fece sobbalzare in diretta milioni di telespettatori impietriti dal suo agghiacciante grido di dolore mentre era impegnata, con buone probabilità di successo, nella sua gara preferita.

Infatti il giorno prima, nel pieno di una forma straordinaria, aveva vinto il titolo nel supergigante inaugurando  un trittico di vittorie olimpiche che la vedrà primeggiare nel gigante delle due successive edizioni: Lillehammer del 1994(manifestazione anticipata di due anni,poiché il CIO stabilì di evitare la coincidenza con i giochi estivi) e Nagano nel 1998: prima atleta nella storia dello sci alpino a vincere la medaglia d’oro in tre differenti e consecutive edizioni, con la ciliegina sulla torta di un’ argento che per soli sei centesimi di secondo non si tramutò in oro nello slalom speciale dell’edizione giapponese.

Un palmares ricco di prestigiosi trionfi iniziato ben presto,quando come giovane promessa appena sedicenne, vinse il bronzo in discesa libera ai mondiali juniores del 1986. In questa manifestazione l’anno dopo vinse l’oro nel gigante e un altro bronzo sempre in discesa. Risale al 1988 il suo doloroso primo grave infortunio al ginocchio destro, affrontato con una forza d’animo e una serenità tali da assorbire poi il secondo con la consapevolezza di reagire ad un normale infortunio sul lavoro. Superato di slancio questo ostacolo, Deborah in Coppa del Mondo ottenne la sua prima presenza sul podio, terza, nel supergigante di casa a Santa Caterina di Valfurva nei pressi di Bormio dove era nata, e a Morzine nel 1992 spezzò l’incantesimo con la sua prima vittoria nello slalom gigante.

Divenne campionessa del mondo di slalom gigante a Sierra Nevada 1996 e Sestriere 1997 e proprio in quella sede infilò una doppietta clamorosa vincendo anche l’oro nello speciale: impresa questa riuscita a ben poche altre sciatrici nella storia della competizione. Cospicuo anche il bottino di sedici vittorie in Coppa del Mondo sempre nel gigante  che, impreziosito da una striscia di nove consecutive che tra il 1997 e il 1998, le permisero di vincere la coppa di specialità. La possibilità invece di agguantare quella assoluta: la Coppa di Cristallo, per un maligno sortilegio andò in frantumi  come il suo ginocchio che fece crac nel momento in cui stava per afferrarla.

Malgrado questo beffardo sorriso della signora dai denti verdi,  per gli eclatanti risultati raggiunti a livello internazionale, rimpolpati da una copiosa sequela di titoli tricolori, Deborah Compagnoni oltre ad essere la sciatrice italiana più vittoriosa di tutti i tempi ,ha apposto la sua firma d’oro nell’albo mondiale dello sci e viene anche ricordata per la delicatezza della sua figura che però sapeva imporre il valore della sua serietà.

La semplicità di un comportamento scevro di ogni teatralità in sintonia con la sua indole schiva e refrattaria alla platealità, si riflette nel suo attuale lavoro poiché, rimasta nell’ambito dello sci, come tutti i campioni cerca d’insegnare la tecnica sapendo che la cosa più difficile da trasmettere è la genuinità della propria passione saldata all’impegno nel sacrificio. Solo allora si può prendere in esame di svezzare il talento.

TAGS: , , ,

0 commenti

Puoi essere il primo a lasciare un commento.

Lascia un commento

Devi essere loggato per inserire un commento.