Uganda: la testimonianza di una ex bambina soldato

In seguito al clamore ricevuto da Kony 2012, film realizzato dal regista  Jason Russell che, tra elogi e polemiche, è stato visualizzato su Youtube 84 milioni di volte in un solo giorno, Donna Reporter ha deciso di riproporre l’intervista a Roseline,  un’ ex bambina soldato. La ragazza, che abbiamo incontrato nel nord dell’Uganda nell’agosto 2011, è stata rapita dai ribelli del Lord’s Resistance Army nel 1995. Costretta a combattere per loro, e vittima di violenze e soprusi, solo dopo dieci anni è riuscita a scappare e tornare alla sua terra.

Di seguito l’intervista.

Roseline ha 27 anni; mi ha invitato nella sua capanna, a Gulu nel nord dell’Uganda, e mi ha raccontato la sua storia di ex bambina soldato. Come lei, altri sessanta mila minori hanno perduto la propria infanzia in una delle pagine più atroci della storia dell’umanità.

COSI’ UNA NOTTE MI RAPIRONO -  Una notte sono arrivati i ribelli, hanno ucciso mia madre con un machete davanti gli occhi miei e di mia nonna e poi mi hanno preso.  Avevo dieci anni, mi hanno fatto camminare a piedi nudi dall’Uganda al Sudan, mi hanno dato un fucile e insegnato a sparare. Sono stata per dieci anni con il movimento terrorista LRA (Lord’s Resistance Army), fondato dal militare Joseph Kony, che si contrappose alle truppe ufficiali del governo ugandese durante una guerra che ha visto migliaia di bambini costretti ad arruolarsi.

LA MARCIA – Sulla strada verso il Sudan facevano camminare me e altri miei coetanei giorno e notte, non avevamo né acqua né cibo e non potevamo mai fermarci: ci dividevano in colonne e se durante il percorso ci spostavamo fuori dalla linea o lasciavamo troppa distanza con il bambino che stava davanti a noi ci uccidevano. Se chiedevamo di bere o riposare, ci portavano in un angolo dicendoci ‘Va bene, vieni a riposare’, ma loro intendevano che avremo riposato per sempre. Non c’erano medicine e se qualcuno aveva la diarrea veniva lasciato nella foresta a morire, in quel caso non lo ammazzavano loro. Chi era malato cercava di nasconderlo, ma era veramente difficile riuscire a combattere in quelle condizioni. Eravamo costretti a correre per ore, e se un bambino cadeva gli altri non avevano diritto di fermarsi ad aiutarlo e dovevano calpestarlo fino a che non perdeva  i sensi.

PRONTA A COMBATTERE – Furono scelti i ragazzi più forti, io ero tra di loro. Ci hanno rasato i capelli e ci hanno detto: “Ora siete pronti a combattere”. Non potrò mai dimenticare la prima volta che mi hanno dato un fucile in mano e mi hanno obbligato a sparare, ero terrorizzata, ma non avevo modo di scappare.  Ero convinta di morire perché nel momento in cui tu spari, anche i nemici stanno facendo lo stesso con te;  se vinci va bene, ma se perdi devi cominciare a correre tantissimo. Dei momenti di combattimento ricordo tanta confusione: non sapevo a chi sparavo, se stavo uccidendo qualcuno. Era quando vincevamo che andavamo a prendere d’assalto il villaggio dei nemici rubando ogni cosa, a partire dal cibo. In quei momenti mi rendevo conto di quanta gente fosse morta. Quando invece scappavamo, la paura più grande era di perdere il fucile, troppo pesante per me che avevo dieci anni. Una notte mi addormentai nella foresta e la mattina quando mi svegliai, il fucile non era più accanto a me, qualcuno me lo aveva rubato. Quando i ribelli lo hanno saputo mi hanno picchiato al punto che non potevo più parlare, ancora oggi non riesco a respirare bene.

MIO MARITO – Era buono, mi colpiva solo quando non cucinavo bene il cibo che trovavamo sugli alberi. Ero stata data in moglie ad un capo dei ribelli con più di quarant’anni, da lui ho avuto tre figli, che ancora oggi vivono con me nel nord dell’Uganda.

LA PRIMA GRAVIDANZA – Non mi chiedete di ricordare i momenti in cui abusava del mio corpo, non ce la faccio. Però posso raccontare di quando ho messo al mondo il mio primo figlio. Le condizioni erano disastrose, provavo un dolore indescrivibile e la gente che mi passava accanto riusciva solo a dirmi ‘Tu morirai’. Non facevo altro che piangere. Ho partorito da sola perché mio marito era andato a combattere, a fianco avevo solo Dio che mi ama e non mi ha abbandonato. Eravamo moltissime ad essere rimaste incinta a causa dei soldati, durante il periodo di gravidanza ci nascondevano in un angolo della foresta, ma quando l’esercito del governo ugandese veniva a combattere, anche le bambine che stavano al nono mese dovevano prendere il fucile e correre.

 LA FUGA – Una notte mentre tutti scappavano, io tenevo per mano mia figlia di cinque anni, sulla schiena suo fratello più piccolo e in grembo un piccolo che sarebbe nato dopo due mesi. Ho visto una strada principale e subito mi sono nascosta dietro un cespuglio dove ho passato la notte. All’alba mi sono accorta di essere rimasta sola, senza nessuno dei combattenti. Ho cominciato a camminare fino al momento in cui mi ha trovato un uomo che mi ha aiutato portandomi alla stazione di polizia. Mi faceva male la testa a causa di tutti i pacchi che avevo caricato e la mia bambina di cinque anni aveva  piedi gonfi per aver camminato per centinaia di km scalza. I soldati mi hanno identificato come bambina soldato e mi hanno portato a Gulu al Lacor Hospital per farmi curare.

UN INCUBO INCANCELLABILE – Oggi sono artigiana in una comunità di donne sieropositive e vittime di abusi, ma la povertà di un Paese come l’Uganda non mi permette di smettere di avere paura. La notte non dormo, non solo perché sogno i ribelli che tornano a rapirmi e comincio ad urlare, ma anche per la preoccupazione riguardo al futuro, non ho soldi per pagarmi una casa né per garantire un’istruzione ai miei figli, solo Dio conosce il posto nel mondo in cui deciderà di collocarmi.

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