Billie Jean King, la pasionaria con la racchetta in mano
Dal 1918 al 1941. A cavallo tra le due guerre mondiali, Bobby Riggs era nato, cresciuto con idee parecchio conservatrici , diventato un formidabile istrione esibizionista e, sviluppata la sua professione di tennista fino a vincere Wimbledon e gli US Championships nel 1939, bissare il titolo americano nel 1941 per arrivare al primo posto in classifica. Un anno dopo nasceva ad Albury in Australia, Margaret Smith che nel 1973 avrebbe raggiunto l’apice della sua carriera vincendo gli Open d’Australia, Parigi Roland Garros e U.S. Open: tre quarti di Slam. Proprio quell’anno Ferdie Pacheco, impresario di eventi sportivi di primo piano, ebbe l’idea di opporre il benché sfiorito Bobby ormai cinquantacinquenne che si divertiva in eccentriche sfide tennistiche, alla fortissima Smith sposata Court, per fare clamore e di conseguenza quattrini oltreché verificare anche con questo handicap la sbandierata superiorità maschile.
A San Diego quel giorno del 17 maggio, il vecchio volpone abbindolò, irretì e mandò in confusione a furia di smorzate e pallonetti quel donnone abituato a spadroneggiare sul campo da tennis. Schiacciata sul piano della personalità, l’algida Margaret, un tipo tutta casa e chiesa, fu battuta facilmente per 6-2; 6-1.
Di tutt’altra pasta era fatta Billie Jean King che covava dentro il fuoco sacro della ribellione, si esaltava nella battaglia e comunque andava a nozze sulle questioni di principio. Dopo la debacle della collega le toccava riparare l’onta della sconfitta dato che in un primo momento aveva rifiutato la sfida. Ci avrebbe pensato lei, vessillifera del tennis femminile, a sistemare quell’attempato maschio sciovinista e cogliere l’occasione per continuare la sua crociata da un palcoscenico ideale scegliendo anche il network televisivo e rifiutando telecronisti faziosi. Il 20 settembre dello stesso anno a Houston,30.472 spettatori assistettero all’evento ricordato come La battaglia dei sessi: non solo Billie evitò le trappole del marpione ma lo annientò col punteggio di 6-3,6-4,6-3, rimasto impresso nelle magliette celebrative stampate dopo l’avvenimento, riaffermando una definitiva parità di riconoscimento socioeconomico e vincendo una posta di 100.000$.
Era la fine di un lungo braccio di ferro cominciato nel 1970, quando agguerrita più che mai capeggiò la rivolta di un gruppo di tenniste che si era rifiutato di scendere in campo causa la sproporzione col montepremi maschile(1500 dollari contro 12.500 a parità di vittoria) nel torneo Southwest Pacific Open diretto da Jack Kramer. La King sostenuta da tante colleghe compresa la sua inseparabile compagna di doppio Rosemary Casals trovò poi le persone giuste per dare vita ad un circuito alternativo che avrebbe in seguito generato la nascita della W.T.A.( Woman’s. Tennis. Association), che dal 1974 stila le classifiche ufficiali mondiali necessarie per la compilazione dei tabelloni in tutti i tornei in svolgimento ed è tuttora bellamente in vigore.
“We have come a long way”.(Abbiamo percorso una lunga strada) fu lo slogan che coniò per ricordare tutte le lotte sostenute per l’affermazione dei principi di uguaglianza. E in quanto a queste la determinata signorina Moffit, nata a Long Beach in California nel 1943, fin dalla più tenera età, dovette attrezzarsi a combatterne tante per diventare se stessa e realizzare i propri sogni.
A 5 anni avvisa la madre che diventerà la migliore di qualcosa che ancora non sa. A 17 anni vinse in doppio il suo primo Wimbledon, dove a 19 sconfisse la numero uno del mondo proprio la Smith. Nel 1964 incontra per la prima volta Rosemary Casals con la quale costituirà uno dei doppi femminili più forti di tutti i tempi. Due anni dopo vince il suo primo titolo in singolare sull’erba londinese, cui seguiranno altri 5 trionfi per un totale complessivo di 12 vittorie nei tornei dello Slam che aggiunti ai successi in doppio e misto fanno 39 titoli assoluti: una cifra. Alla quale bisogna aggiungere le innumerevoli vittorie in altri prestigiosi tornei, nell’arco di una carriera che di fatto terminò nel 1990.
Minuta, leggera e dinamica, la King si muoveva benissimo sul campo esprimendo un aggressività furiosa fatta di continue e repentine discese a rete dove ben impattava la pallina poiché con la cognizione dello spazio aveva il senso della posizione ed era acrobaticamente dotata.
Di tutt’altre doti si giovò nel privato, considerato che non era certo il tipo per cui in una festa si scatena una ressa per invitarla a ballare con quegli occhialetti da bibliotecaria di provincia appoggiati su un visino digrignante al culmine di un fisico da dattilografa zitella gradita solo alla moglie del capo. Eppure la sua straripante personalità saldata alla sua ricchezza interiore le conferiva una magnetica attrattiva che aggiunta ad un’incontenibile ambiguità la costrinse alla battaglia più difficile: quella contro i benpensanti.
Sposata dal 1965 con l’allora studente di giurisprudenza Lawrence King, un mattino del 1971 si svegliò in un posto in cui secondo la morale non avrebbe dovuto essere: nel letto accanto ad una tale Marilyn Barnett, la sua parrucchiera. Dovette confessare pubblicamente questo peccato dieci anni dopo, ricattata ignobilmente dalla “signora”.
Ancora una volta ne uscì vittoriosa, tant‘è vero che nel 2006 gli americani bigotti, ma riconoscenti le intitolarono il Word tennis Center di Fleashing Meadows di New York, tempio del tennis a stelle e strisce.
” Un campione ha paura di perdere, mentre tutti gli altri hanno paura di vincere”. disse al culmine del successo, per aggiungere anni dopo:“ Chiedete a Nureyev di smettere di danzare, chiedete a Sinatra di smettere di cantare, allora potrete chiedermi di smettere di giocare a tennis”, in risposta a quanti giudicavano pateticamente senile la sua voglia di competere.
Chi è capace attraverso i gesti della propria quotidianità ad esprimere la passione e il desiderio con la purezza del cuore in qualunque disciplina della vita è un campione.











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