L’omaggio di Verdone a “La casa sopra i portici”
“Un vero comico è sempre un malinconico”.
Un assioma a cui Carlo Verdone ci ha da tempo abituato: la risata che si abbina inevitabilmente a un retrogusto amaro, crepuscolare, nostalgico.
I suoi film sono costellati da personaggi che dietro l’aspetto bizzarro nascondono solitudine, manie, ipocondrie.
Quello a cui invece non ci aveva ancora abituato era a parlare di sé a cuore aperto. Lo fa ne La casa sopra i portici, un libro che è un omaggio affettuoso allo splendido appartamento romano sul Lungotevere dei Vallati abitato dalla sua famiglia fino alla morte del padre. Una casa testimone dei suoi primi irresistibili sketch, dei terribili scherzi fatti al padre professore, delle visite dei più illustri registi Sordi, Fellini, Pasolini, dei suoi primi turbamenti adolescenziali, di tante risate e di qualche inevitabile dolore. Verdone ripercorrendo per l’ultima volta gli spazi della casa ormai vuota, irriconoscibile, coglie l’occasione per regalarci aneddoti, ricordi, occhiate commosse e commoventi a una stagione appartenente al passato.
Da narratore esperto, abbandonando per una volta la macchina da presa e la sua recitazione disincantata, impugna la penna (o il pc) in un racconto tragicomico dove ci vengono rivelati tanti piccoli segreti (sul cognato Christian De Sica, sulla riservatezza e ritrosia di Alberto Sordi, sulle sue prime fidanzatine, su quella grande giostra che è il cinema).
“Questo libro è il mio film più importante” dice il regista.
Un film dove, con un po’ di attenzione, ritroverete tante situazioni, personaggi e certe sue mitiche macchiette, nate proprio come lui tra le pareti della casa sopra i portici.











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