Strage di Capaci, i ricordi (e le emozioni) di un poliziotto in prima linea
Sono trascorsi 20 anni dalla strage di Capaci (23 maggio 1992) in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta. Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Chi ha vissuto in modo più o meno diretto quei momenti, legando la sua storia umana e professionale ad un determinato contesto, si commuove oggi come se la tragedia fosse avvenuta poche ore fa. Donnareporter ha scelto di ricordare attraverso il racconto di un poliziotto che ha conosciuto Falcone e che ha lavorato alla Squadra mobile di Palermo in anni pieni di sangue, ma anche di passione per un senso di giustizia che era l’unico baluardo contro una marea di fango.
Abituato al contesto “Palermo”, quando fui trasferito la Volante di Commissariato mi stava stretta,ma l’accettavo. Finalmente ero nella mia città, vicino a mia figlia e sua madre. La donna che amavo. Stavo dentro un’auto stretta, una uniforme stretta, una dimensione stretta. La radio gracchiava di ladri, topi d’appartamento e spacciatori di periferia; niente che fosse a meno di 5/7 minuti…”Ekkekkazzo!” pensavo, e tiravo il mike da una parte.
Poi quella nota greve e pesante:- ” Centrale 10…codice uno. Subito”- Pensai ad un guaio a casa, ma lo sguardo fisso negli occhi del collega mi fecero capire che i guai potessero essere suoi. Anche lui era stato con me a Palermo ed anche a lui quella volante stava stretta. La radio gracchia ancora e con tono greve e serio ci intima di tornare al Commissariato:- ” Centrale 10, codice uno…”- Al’ingresso troviamo Ciccio La Piana, anche lui è stato a Palermo ma è diverso da noi. Eppure la sua faccia è inespressiva e piatta. Ce lo dice così, senza censura, senza emotività, senza crederci…”Hanno ammazzato Falcone…”
Mi scivola piano piano l’M/12 sul fianco. la mia testa si ferma. Il mio cuore impazzisce. Non me ne vergognerò mai, ma pensai subito ad Antonio Montinaro. Sapevo, non so perchè, che erano morti insieme. Rimasi lì, all’impiedi, ritto sui miei ricordi recentissimi, mentre una mano nera mi attraversava lo stomaco e si tirava via tutte le viscere e l’anima. La mia testa corse all’indietro, allora, sino a quel pomeriggio in cui arrestammo “Lucchiseddu”; esco dalla stanza della “Catturandi” e la lascio socchiusa. Dentro lascio un fiancheggiatore ammanettato al termosifone. Sulla rampa di scale scende Falcone e mi chiede chi sia quell’uomo. “E’ quel bastardo di ….., dottore”. Lo osservò di traverso, da quella fessura che lasciai aperta e commentò…”Ah…bravi. Grazie.”
Mi fa male parlare di quei tempi; forse perchè me ne allontano sempre più. Due mesi dopo,una domenica, stavo sul divano a guardare una gara di motomondiale senza interesse alcuno; lo sguardo perso tra lo schermo e la lucina rossa.
Un brivido freddo e nero mi entra da una parte e mi esce dalla bocca. Sudo e cerco il telecomando. Cambio canale, metto su “Edizione straordinaria del TG”…di li a pochi istanti si annuncia la morte di Paolo Borsellino e la sua scorta, altri amici, altri colleghi, altri martiri. Le due persone che erano sedute con me su quel divano, mi guardano ancora oggi con occhi sospettosi ma affettuosi.
E siccome mi vogliono bene oggi come allora, capirono che una parte di me era rimasta in quelle strade palermitane macchiate di sangue. Non saprò mai perchè ho pigiato quel telecomando…o forse sì ed ho paura ad ammetterlo.
In questo articolo sono state utilizzate tre immagini a corredo, che sono diventate negli anni un simbolo di lotta alla mafia. Donnareporter le mostra con questo intento; chi, per qualsiasi ragione, volesse rivendicarne con diritto il copyright e preferisce che non siano pubblicate, può scrivere ad info@dierremag.com e la redazione provvederà ad eliminarle dalla pubblicazione.











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