Caldo micidiale? Nel Borneo è colpa della corruzione

«Hai sentito che caldo che fa? Tutta colpa della corruzione!»

Così mi accoglie Ernesto Kalum nel suo studio. Effettivamente oggi a Kuching, capitale del Sarawak, nel Borneo malesiano, fa un caldo insopportabile, ma la corruzione cosa c’entra? Gli chiedo spiegazioni, anche se la sua frase sa di provocazione e io sono molto più preso dall’agitazione per il mio tatuaggio che dalle chiacchiere preliminari.

Prosegue così il reportage dalle terre lontane del nostro inviato Benny Mazzeranghi, stavolta perso nelle foreste del Borneo…

Ernesto, avvocato di quarant’anni laureato  in Inghilterra, capelli lunghi, neri e sottili come noodles, oggi è un musicista e tatuatore di fama internazionale che utilizza la sua arte nel tentativo di mantenere in vita le tradizioni del suo popolo. I suoi Tattoos sono famosi sia perché fatti con la tecnica tradizionale delle popolazioni Iban (un ago battuto a mano con un pezzo di bamboo che funge da martello), sia perché riproduce i tatuaggi tipici degli headhunters, i cacciatori di teste che vivono nel fitto della foresta. Mi spiega quindi cosa sta accadendo nel Borneo.

Il governo sta vendendo intere foreste primarie alle aziende che producono olio di palma (la Malaysia ne è la maggiore produttrice al mondo). Promuove l’olio come fosse una benedizione per la popolazione con quotidiane pubblicità sui principali giornali per farne conoscere le miracolose caratteristiche. Ottimo per la salute così come per il mercato del lavoro. Tutti sono felici e quasi nessuno protesta contro la deforestazione selvaggia.

«Ok Ernesto lo so già, basta farsi un giretto per capire che qui è l’olio di palma che comanda. Ci sono distese infinite di piantagioni per tutta la Malaysia continentale. Ma cosa c’entra la corruzione?»

Ernesto accenna un sorriso beffardo … ecco lo sapevo, era una provocazione! Si toglie la maglietta mettendo in bell’evidenza una pregiato mosaico di tatuaggi e si accende una sigaretta. Non è l’olio il vero business, qui gli affari importanti i politici li fanno con il legname. Un albero di foresta primaria è enorme, gigantesco. Un solo albero può valere 35.000 dollari. Questo è il fine, le piantagioni sono solo il mezzo per arrivarci senza scatenare le ire delle popolazioni indigene che nella foresta ci vivono da sempre. E’ la loro casa. Gli promettono lavoro (con salari da fame). Alludono a prosperità e ricchezza futura e magari ottengono anche qualche promessa di voto per le elezioni seguenti. Non gliene frega niente degli Iban, della natura, delle meraviglie del Borneo.

Le piantagioni potrebbero anche coesistere con la foresta, basterebbe scegliere porzioni di territorio ecologicamente non rilevanti, ma ci vogliono anni prima le palme  entrino in piena efficienza produttiva. L’olio di palma è un business molto remunerativo, ma solo nel lungo periodo. I soldi facili invece si fanno devastando intere foreste primarie, anche quelle che fanno parte delle aree protette o dei parchi nazionali. Prima disboscano e poi danno alle fiamme il resto generando un’incredibile effetto serra sul territorio. Ecco il nesso tra caldo e corruzione!

Mentre parla mi distraggo ed inevitabilmente la mia mente si fissa sulle scimmie nasiche (presenti solo nel Borneo) e sugli orangutan, a rischio di estinzione. Sulla splendida Rafflesia arnoldii, un fiore dal diametro di 3 metri che nasce solo qui e a Sumatra. Sulle longhouses disseminate lungo i fiumi, case capaci di ospitare al loro interno interi villaggi e a quelle ancora più sperdute immerse nella giungla, dove i cacciatori di teste vivono ancora secondo antichi valori e credenze. Mi tornano in mente anche le tante chiatte, cariche di legname, incrociate lungo il corso del Batang Rajang nel viaggio in barca tra Sibu e Belaga o le grandi macchie di foresta carbonizzata (che ingenuamente avevo ritenuto causate da normali incendi) lungo la strada tra Belaga e Bintulù.

«Dai, ora sdraiati sul lettino». Ernesto mi riporta bruscamente alla realtà e in un istante la mia angoscia per un mondo avido che non si ferma davanti a niente in nome del denaro, torna ad essere pura e semplice agitazione da tatuaggio.

Le foto: long house lungo il Batang Rajang, piantagione di palma da olio,  Ernesto all’opera sul nostro inviato Benny Mazzeranghi

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